Il castello: gli interni
All'interno dell'alto mastio quadrangolare si apre un piccolo cortile selciato a ciottoli di fiume; al centro il pozzo per la raccolta dell'acqua. Un classico loggiato che si schiude sulla facciata rivolta verso sud identifica il carattere rinascimentale del complesso. Sullo stesso lato si affaccia un grazioso balcone al di sopra del quale è dipinto un settecentesco orologio solare, con i segni dello zodiaco.
La torricella cilindrica, addossata ad un angolo, funge da protezione di una scala a chiocciola che mette in comunicazione i vari piani del palazzo. Ottantaquattro gradini scavati a scalpello nella rupe calcarea si arrampicano dalle cantine del castello fino alle stanze dei piani nobili. Tale opera fu realizzata per volere di Sigismondo Alfonso nella seconda metà del '600.
Il pianterreno è caratterizzato da suggestivi ambienti gotici parzialmente affrescati. Nell'atrio si trova un grande recipiente di pietra che era adibito alla raccolta dell'olio ottenuto della torchiatura delle noci. Nell'ampia sala delle guardie, arricchita da crociere, poggiano alle pareti altri due recipienti, datati 1524, e destinati alla conservazione del grano. Un semplice camino in pietra separa le porte che conducono alle prigioni delle guardie ed alla stanza del forno del pane.
L'accesso al piano nobile del palazzo avviene da una maestosa scala a due rampe, realizzata alla metà del settecento dal principe vescovo Domenico Antonio Thun. Qui si trovano gli ambienti più ricchi e sfarzosi del castello. Il loggiato, l'elemento più comune dei castelli cinquecenteschi, è caratterizzato da archi poggiati su eleganti capitelli corinzi. Sulle pareti al suo interno è appesa una raccolta di trofei di caccia, a ricordo delle battute con cui i signori intrattenevano gli ospiti.
Tra i salotti e le numerose stanze del piano
nobile colpisce la sala da pranzo con il suo elegante pavimento in
legno intarsiato ed arredata con mobili rinascimentali. Le pareti
della stanza sono impreziosite da quadri di nature morte, opera di
artisti fiamminghi, oltre ai ritratti dei vescovi del casato di Thun.
Nella sala era conservato un servizio da tavola del cinquecento
appartenuto a Sigismondo Thun. A corte era inoltre presente una
preziosa collezione di peltri, di cui oggi rimangono alcuni pezzi.
Poco distante è la maestosa sala degli antenati; essa deve il nome ai numerosi ritratti di famiglia esposti alle pareti. L'arredamento è composto da mobili italiani rinascimentali e barocchi, mentre sul pavimento si possono notare numerosi tappeti persiani. In quasi tutte le sale del piano nobile delle grandi stufe in maiolica venivano utilizzate per il riscaldamento dei locali.
La cura degli allestimenti da parte delle varie generazioni della nobile famiglia ci regala i pezzi più belli e più rari di Castel Thun. Tra questi la magnifica stufa in maiolica, datata 1672, che riscaldava l'appartamento del principe vescovo Sigismondo, alcune sedie cinquecentesche foderate in velluto ed arazzo, un forziere del 1753 e una rarissima stufa in ghisa di elegante fattura gotica.
Ma tra tutti gli ambienti di Castel Thun i più famosi sono sicuramente la sala del caminetto e la “stanza del vescovo”. Nella prima, il bellissimo caminetto che dà ad essa il nome proviene dal palazzo Giroldo a Trento, e reca lo stemma degli a Prato.
Varcando la soglia della seconda appare invece un
magnifico ambiente foderato in legno di cirmolo. In essa soggiornava
Sigismondo Alfonso di Thun, il principe vescovo di Trento e di
Bressanone nonché amico e consigliere degli imperatori d'Asburgo; al
centro del maestoso soffitto a cassettoni intagliati appare inciso il
blasone del casato datato 1670. Risalta subito agli occhi il
monumentale letto a baldacchino ricoperto da una preziosa coperta
settecentesca ricamata con gli stemmi dei Thun e degli Spaur. Ad un
lato un raffinato portale del 1574 in legno inciso ed intagliato
introduceva all'appartamento delle signore: nel pannello è scolpita
una rappresentazione di Ercole. Dall'altro una porticina dà ad uno
stanzino rivestito di legno che si affaccia al monte, angolo protetto
per meditare e contemplare. Tutt'attorno lo sfarzoso mobilio.
Secondo la tradizione fu già Sigismondo Alfonso Thun, che resse le sorti del Principato dal 1668 al 1677, a costruire la celebre stanza. In realtà, come fa notare Paolo Dalla Torre nella sua “Ipotesi” (Arte e potere dinastico. Le raccolte di Castel Thun del XVI al XIX secolo, Provincia Autonoma di Trento, 2007), “la datazione del decoro ligneo delle pareti a quella del soffitto non corrispondono alla stessa epoca”. La stanza in cui morì Pietro Vigilio Thun, ultimo principe vescovo di Trento, fu probabilmente spostata di un piano nel Novecento. In tale ambiente Michelangelo Antonioni girò alcune scene del “Mistero di Oberwald”.
Al momento non si intende invece esporre i documenti di archivio e la ricca biblioteca di 7.300 volumi, un tempo conservata nella torre omonima dal meraviglioso soffitto a stucchi. Per ragioni di tutela questo antico tesoro è conservato presso il Servizio Beni Librari essendo Castel Thun sprovvisto di un ambiente adatto alla loro conservazione.
Il rinnovamento continuo
Fino alla morte dell'ultimo conte, nel 1982, il maniero dei Thun fu permanentemente abitato. La dimora nei secoli cambiò più volte aspetto in ossequio ai mutamenti del gusto, si rinnovò nelle dotazioni, negli arredi e non fece che incrementare i cospicui tesori accumulati dalla nobile famiglia. Nel castello sono infatti conservate le tracce di continui incessanti lavori, legati al gusto, al costume, alla cultura ed alla disponibilità dei vari eredi succedutisi. Anche diversi incendi che si susseguirono nei secoli furono alla base di tali rifacimenti.
Uno di questi, nel 1569, devastò la stanza di Cristoforo Sigismondo di Thun Consigliere segreto di Ferdinando II prima e Ministro di Ferdinando III poi, che, sofferente di gotta, era immobilizzato a letto, non lasciandogli scampo. Nel 1574, il locale venne recuperato, come è testimoniato dalla data scolpita sulla porta intagliata sul locale.
Anche Sigismondo Alfonso Thun che resse le sorti del Principato dal 1668 al 1677 rinnovò il maniero. Per la realizzazione di alcuni lavori, il Vescovo si avvalse anche dell'opera diel maestro Appolonio Somalvico prima, e dell'architetto Cornacino Tacchi poi.
Molte dotazioni vennero tuttavia in parte meno a partire dalle spogliazioni di arredi ed armi ad opera delle truppe francesi (1797) e, soprattutto, nell'Ottocento, a causa della cessione di parte dell'archivio e dalla dispersione del patrimonio artistico per le necessità finanziarie del conte Matteo Thun (1812-1892).
Dopo le vendite decise da quest'ultimo, il complesso venne ceduto a Francesco Thun, del ramo boemo della famiglia, che con il figlio Zdenko dette avvio alla restaurazione del complesso, arredandolo e lavorando ai giardini all'italiana nel campo. Gli stessi anziani che abitano il paese di Vigo di Ton ricordano ancora l'ingente numero di arredi trasportati dalla famiglia Thun dalla Boemia con un apposito treno merci.
Per finire un evento curioso: all'epoca dell'acquisizione da parte della Provincia, al termine dell'inventario, fu scoperto un ripostiglio segreto che nemmeno i proprietari subentrati al conte Zdenko conoscevano: custodiva delle argenterie.

